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Narrativa Noir

Un'Ombra sul Fiume Douro

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Sinossi

Romanzo breve noir ambientato tra Genova e il Grande Porto, lungo il fiume Douro.

Anteprima

NOTA DELL'AUTORE

Questo romanzo è ambientato nel Grande Porto del 1992, in un quartiere di pescatori, prostitute, ladri e brave persone chiamato Afurada. I fatti narrati, i personaggi, le organizzazioni criminali sono invenzione letteraria. Qualsiasi riferimento a persone reali è puramente casuale.

Ten è esistito davvero.

PROLOGO — GENOVA, UNA DOMENICA DI NOVEMBRE 1988

L'asfalto era caldo sulla guancia. Questo fu il primo pensiero — non il dolore, non il suono, non la comprensione di quello che era successo. Solo il calore dell'asfalto sotto la guancia, a novembre, come se la piazza avesse trattenuto il sole di ottobre dentro la pietra e non volesse cederlo. Poi il cielo. Piazza De Ferrari a faccia in su è un'altra piazza — la fontana al centro come un cerchio di metallo che non smette mai, i palazzi che incombono dai quattro lati come pareti di un pozzo troppo largo, un cielo grigio di novembre che girava lentamente verso destra o forse era lui a girare, difficile capire quale dei due si muovesse. Il suono arrivò dopo. Prima il calore e il cielo, poi il suono: un fischio continuo, altissimo, come qualcosa dentro l'orecchio che cercava di coprire tutto il resto. Poi le voci. Qualcuno che chiamava il suo nome da sott'acqua. Poi il dolore.

Cercò di alzarsi. Le gambe non risposero nel modo in cui avrebbero dovuto. Non era paralisi — sentiva, il che era già qualcosa. Era che il segnale partiva e qualcosa nel percorso lo interrompeva.

«Ricci. Ricci, stai fermo. Non muoverti.» La voce di Marchetti. Il suo vicecapo. Una voce che conosceva da anni — quante? Sette, otto? — e che adesso sembrava venire da un posto molto lontano anche se Marchetti era a cinquanta centimetri da lui, inginocchiato sull'asfalto con le mani che facevano qualcosa alle sue spalle. «Dux.» Disse il nome senza pensarci. Era la prima parola intera, non il nome di Marchetti, non una richiesta di aiuto. Il nome del cane. «Dux sta bene?» Marchetti non rispose subito. Quella pausa di due secondi conteneva tutto.

«Stai fermo, Paolo. Stai fermo.» Non disse di più. Non era necessario. Quella pausa di due secondi era una risposta. Dux non stava bene. Chiuse gli occhi. L'asfalto era ancora caldo sulla guancia. La fontana suonava il suo suono circolare e continuo che non smetteva mai, nemmeno adesso, nemmeno con la piazza piena di sirene e di voci e di tutto quello che succede quando qualcosa di grosso va storto in un posto pubblico. Pensò a quello che era appena successo. Non al dolore, non alle gambe — a come era successo. Operazione pianificata. Percorso modificato all'ultimo momento — una decisione presa quella mattina, comunicata a tre persone al massimo. Pochi minuti di finestra tra la modifica e l'esecuzione. Eppure qualcuno sapeva. Qualcuno aveva saputo il percorso esatto, il momento esatto. Qualcuno che era dentro. Non era ancora un nome. Era una forma — la sagoma di qualcuno che conosceva abbastanza, che era abbastanza vicino, che aveva trovato abbastanza ragioni per vendere quello che sapeva. Rex era morto già due anni prima, nell'altra operazione compromessa che lui aveva catalogato come sfortuna. Il collare era rimasto in un cassetto, perché aveva quella difficoltà di certi oggetti a essere buttati via quando sono stati a contatto con qualcosa di amato. Adesso, con il cielo di Genova sopra di lui e le sirene che si avvicinavano, capiva che forse non era stata sfortuna. Adesso cominciava a capire che le due cose potevano essere connesse. Il nome non c'era ancora. Solo la forma di qualcuno — vicino, fidato, venduto — che si muoveva ai margini di quello che riusciva a pensare. L'ambulanza arrivò. Mani che lo giravano, una barella, il cielo che tornava verticale invece di orizzontale. Qualcuno gli parlava di continuo. Paolo rispondeva con parole monosillabiche, l'attenzione da qualche altra parte.

Da qualche parte dove c'era ancora la forma di un cane che non c'era più. E un uomo che non era dove avrebbe dovuto essere.

* * *

PARTE PRIMA — UN'OMBRA SUL FIUME DOURO
Grande Porto, agosto / settembre 1992

I. AFURADA — 14 AGOSTO 1992

Miguel entrò alle dieci e venti. Paolo lo riconobbe dalla postura prima ancora di vedere la faccia — quella rigidità nelle spalle che non è tensione muscolare ma qualcosa di più fondo, qualcosa che viene da dentro quando il corpo ha smesso di credere che le cose si possano aggiustare con il solo atto di aspettare. Si alzò dal bancone. «Miguel.» L'altro non rispose subito. Si fermò a metà del bar come se avesse dimenticato perché era entrato, poi rialzò la testa e Paolo vide la faccia di un padre che ha ancora speranza ma non sa per quanto. «Quarto giorno,» disse Miguel. «La polizia dice di aspettare ancora.» Non aveva bisogno di dirne di più. Paolo conosceva il quartiere, conosceva la famiglia, conosceva Sofia da quando portava le scarpe con i lacci non allacciati e correva sul molo con le braccia aperte. Conosceva quella faccia. Conosceva quello che significava il quarto giorno. «Dov'è la maglia?» Miguel tirò fuori un sacchetto di plastica dal taschino della giacca. L'aveva tenuta intera, non lavata — qualcuno glielo aveva detto, o lo aveva capito da solo. Una maglietta bianca con una stampa sbiadita, quella di una banda che Paolo non riconosceva. L'odore di Sofia era ancora dentro — profumo economico, sudore, la vita di una ragazzina di sedici anni che quattro giorni fa stava guardando le luci della festa. Paolo la prese. La aprì. La tenne aperta per un momento. Ten si alzò dalla cuccia senza che nessuno lo chiamasse. Si avvicinò. Annusò la maglietta. Qualcosa nel modo in cui il cane raddrizzò le orecchie disse che l'odore era chiaro. Che la traccia era ancora lì, da qualche parte nel mondo.

«Andiamo,» disse Paolo. Maria era ferma dietro il bancone. Non disse niente — lo conosceva. Sapeva quando le parole erano inutili e quando erano dannose, e questo era il tipo di momento in cui erano entrambe le cose. Uscirono nel caldo bianco di agosto. Il Douro brillava in fondo alla strada. Le reti erano arrotolate sulle banchine. Una donna appoggiata a una finestra li guardò passare senza cambiare espressione. Ten cominciò a lavorare. Non c'era niente di spettacolare nel modo in cui lo faceva — niente di quello che la gente si aspettava vedendo un cane da ricerca per la prima volta. Muso basso, andatura costante, qualche correzione ogni tanto quando il vento portava qualcosa di diverso. Era come guardare qualcuno che legge, o che ascolta musica — qualcosa di interno, preciso, non esibito. Paolo seguiva con il guinzaglio morbido tra le dita. Il caldo schiacciava il selciato. Sopra di loro un gabbiano gridava qualcosa che non significava niente. Quattro giorni. L'odore era vecchio ma non morto. C'era ancora tempo.

II. LA TRACCIA

Attraversarono le strade di Gaia e poi le salite di Miragaia, Paolo con gli occhi che si muovevano su ogni angolo, su ogni faccia, su ogni elemento fuori posto nel paesaggio urbano.

Ten camminava al suo fianco. Le orecchie ruotavano come piccole antenne paraboliche. La coda quasi ferma — non abbassata per paura, non alzata per eccitazione. Nel punto intermedio che è la zona di lavoro.

Ogni tanto Paolo si fermava, apriva il sacchetto, lasciava annusare a Ten la maglietta di Sofia. La traccia era debole — quattro giorni di caldo e di vento, di persone che calpestano le stesse strade, di pioggia che non era arrivata ma che quel caldo avrebbe fatto venire. Il tempo cancellava gli odori come la marea cancella le impronte sulla sabbia. Ma Ten lavorava.

Il Ponte Dom Luís si stagliò davanti a loro. Paolo lo attraversò sul livello inferiore, fermandosi a guardare il Douro dall'alto — il verde scuro dell'acqua nel caldo, le barche sul fiume, le cave di granito di Vila Nova de Gaia che brillavano bianche sulla riva opposta. Porto dall'alto sembrava una città costruita per essere guardata, come se l'architettura stessa avesse consapevolezza della propria fotogenia.

Ten tirò il guinzaglio verso destra. Verso la parte alta della Ribeira. Paolo lo seguì. La traccia li portò lentamente verso l'autosilo vicino alla Livraria Lello. La discesa verso il terzo livello interrato era fresca di quel fresco artificiale dei parcheggi, quell'aria ferma che sa di cemento e olio e qualcosa di indefinito. L'illuminazione era intermittente. Una lampada su tre funzionante, quella classica negligenza amministrativa delle strutture pubbliche in cui non lavora direttamente nessun responsabile. Ten si fermò davanti a una colonna. Abbassò il muso sul pavimento, girò due volte intorno alla colonna, poi si sedette guardando Paolo — il segnale. Paolo si accovacciò. Guardò il cemento con attenzione. Una piccola chiazza di olio. Striature di gomma che non sembravano vecchie quanto il parcheggio. Un'auto aveva stazionato qui di recente, in modo non ordinario — era rimasta ferma più del normale, poi era ripartita con un'accelerazione che aveva lasciato segno sull'asfalto.

Si alzò e girò attorno alla colonna, guardando ogni angolo del buio. Vicino alla base, quasi invisibile nell'ombra di un'altra colonna: un pacchetto di sigarette accartocciato. Lo raccolse con la matita, lo esaminò. Una marca non portoghese, non italiana, non spagnola. Tabacco greco. Abbastanza inconsueto da valere la pena conservare. Lo infilò in un sacchetto di plastica.

«Bravo ragazzo,» mormorò a Ten, che lo fissava. «Questo è un inizio. Adesso vediamo cos'altro troviamo.»

Il signor Pereira al chiosco dei giornali non aveva visto niente fuori dall'ordinario. João, il tossicodipendente che parcheggiava auto abusivamente all'ingresso dell'autosilo, aveva gli occhi da qualche altra parte — non c'era modo di ottenere niente da lui in quello stato.

La pista si era fermata lì, almeno per il momento. Paolo uscì dall'autosilo. Capì che aveva bisogno di qualcos'altro. Di qualcuno che parlasse. Di un filo che ancora non aveva trovato.

Guardava Ten lavorare e capiva, non per la prima volta ma in modo diverso da tutte le altre volte, cosa era successo in quell'allevamento francese tre anni prima.

Non l'aveva scelto lui. L'aveva scelto Ten. Nel recinto di André, settembre 1989: sei cuccioli, tutti uguali ai primi, poi distinti man mano che li guardavi. Il più rumoroso, il più cauto, quello che mordeva i lacci delle scarpe. Quello che non mordeva niente ma osservava tutto. Quello che osservava si era seduto a due metri di distanza e lo aveva guardato con una qualità di attenzione che Paolo avrebbe impiegato anni a riconoscere come il suo modo di fare le cose — prima capire, poi decidere, poi agire. Poi si era alzato. Aveva attraversato la distanza tra loro. Si era seduto accanto a lui. «Come si chiama?»

«Non ha ancora un nome. Ce lo dai tu.» «Ten.» Non c'era motivo. Era solo il suono giusto per quella cosa lì.

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