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Narrativa Noir

Lo Spaccaossa

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Sinossi

Nel Basso Piemonte del 1978, l'ispettore Ugo De Salvo indaga su una catena di omicidi compiuti con un martello ortopedico. Le vittime conducono a una rete sanitaria clandestina e a una vendetta rimasta in attesa per anni.

Anteprima

LO SPACCAOSSA Il martello della vendetta Basso Piemonte, 1978. Tre medici morti. Un solo strumento.

Il martello della vendetta Romanzo noir Edizione riveduta e corretta - agosto 2026 © 2026 Paolo Picariello Tutti i diritti riservati. Questo romanzo è un'opera di finzione. Personaggi, strutture sanitarie, imprese e vicende sono frutto d'invenzione; eventuali somiglianze con persone o fatti reali sono involontarie.

Il silenzio sotto il tavolo operatorio Il sangue, nella penombra sterile della sala operatoria, aveva un odore metallico. L'odore della fine. Il corpo del dottor Arturo Teixeira giaceva supino, il camice aperto come una camicia di forza svuotata, gli occhi fissi sul neon che tremolava sopra il tavolo numero dodici. Aveva ancora addosso la mascherina chirurgica, ma il volto era deturpato. L'arcata frontale spaccata, il cranio sfondato da qualcosa di pesante. Accanto al tavolo, seminascosto sotto un lenzuolo bianco, c'era un martello ortopedico. Macchiato. Le macchie non mentivano mai. L'ispettore Ugo De Salvo entrò per primo. Alto, spalle larghe, la faccia da pugile pentito e il cappotto che sembrava reggere su di sé il peso dell'intero commissariato. Aveva cinquantadue anni e li portava tutti, tranne la mattina presto, quando il buio era ancora abbastanza denso da nascondere le rughe. Dietro di lui, l'agente Andrea Marino prendeva appunti senza alzare lo sguardo. Trentun anni, preciso fino all'ostinazione, troppo elegante per quel mestiere. De Salvo lo rispettava: davanti a una scena così, Marino riusciva ancora a osservare prima di giudicare. «Teixeira. Portoghese. Specialista in ortopedia ricostruttiva. Lavorava qui da cinque anni», disse Marino, sfogliando la cartella clinica. «Nessun segno di effrazione. Nessun allarme. La porta era chiusa dall'interno.» «Dunque il killer sapeva come entrare. E come non farsi notare», borbottò De Salvo. Si chinò sul martello senza toccarlo. Sul manico, fra le macchie, restava un alone lattiginoso: forse talco da guanto chirurgico. De Salvo lo indicò al fotografo della Scientifica, poi si rialzò. La scena era chirurgica. Niente era fuori posto, tranne la morte. «Chi l'ha trovato?» chiese l'ispettore.

PAOLO PICARIELLO · LO SPACCAOSSA «Un'infermiera del turno notturno. Lo aspettava per l'intervento delle sei. Dice che lui era sempre puntuale. Preciso.» De Salvo annuì. Poi si voltò verso il neon tremolante. «Fallo spegnere. Mi innervosisce.» Uscirono nel corridoio. Odore di disinfettante e caffè bruciato. Fuori, la nebbia di Novi avvolgeva l'alba come una garza. De Salvo si accese una sigaretta senza dire nulla. La prima della giornata, sempre la più necessaria. «Cosa pensi, capo?» «Penso che chi ha fatto questo conosceva la sala e sapeva dove colpire. Il resto verrà dopo.» Marino lo guardò. «Crede che volesse lasciare un messaggio?» L'ispettore soffiò il fumo dal naso. Osservò il corridoio vuoto, le luci al neon che sfarfallavano, la targa sul muro: REPARTO ORTOPEDIA - ACCESSO VIETATO AI NON AUTORIZZATI. «Non lo so ancora. Prima scopriamo chi era Teixeira quando nessuno lo guardava.» Marino aprì la bocca per rispondere, ma De Salvo era già in movimento, verso l'uscita. Il cappotto spariva nell'ombra del corridoio come un animale che torna nella tana.

La mattina dopo Novi Ligure alle sei di mattina odorava di pane cotto e gasolio. Le panetterie aprivano quando ancora era buio: una luce gialla filtrava sotto le saracinesche, e l'odore della farina mescolata alla nebbia creava qualcosa di equivoco, come se il mondo non avesse ancora deciso se fosse giorno o notte. De Salvo camminava lungo il viale che costeggiava l'ospedale. Non era tornato a casa. Aveva dormito due ore sull'unica poltrona dello spogliatoio maschile del commissariato, con il cappotto addosso e le scarpe ancora ai piedi. Sissi non lo avrebbe perdonato, ma Sissi capiva. Il caso Teixeira lo teneva inchiodato a qualcosa che non riusciva ancora a nominare. La brutalità l'aveva già vista. A disturbare era l'ordine della sala: nessuna lotta, nessun oggetto rovesciato, un'arma presa dal reparto e lasciata accanto al corpo. Chi aveva ucciso si era mosso senza fretta. Si fermò davanti a un'edicola chiusa. Nella vetrina, i giornali del mattino erano esposti dietro il vetro: la prima pagina del Corriere di Alessandria riportava il ritrovamento del corpo di Teixeira con quattro righe in basso a sinistra. Niente foto, niente titolo. Il caso di un medico morto in ospedale sembrava, alle sei di mattina, meno urgente delle elezioni comunali di Casale Monferrato. «Nessuno lo sa ancora», disse sottovoce. Per il momento era soltanto un medico assassinato in una sala operatoria. De Salvo diffidava dei casi che sembravano già raccontarsi da soli. De Salvo comprò un caffè al bar dell'angolo e lo bevve in piedi al bancone. Il barista - un uomo sulla cinquantina con i capelli grigi e le mani di chi ha versato centomila caffè non disse niente. In certi bar del Piemonte il silenzio è un servizio compreso nel prezzo.

PAOLO PICARIELLO · LO SPACCAOSSA Tornando al commissariato, De Salvo passò davanti al reparto ortopedia dell'ospedale. Il nastro bianco e rosso era ancora lì. Un'infermiera di passaggio lo guardò, poi abbassò gli occhi. Forse sapeva qualcosa. Aveva abbassato gli occhi troppo in fretta. Si fermò. «Scusi.» Lei si voltò. Quarant'anni, capelli corti, una cartella stretta al petto. «Lavorava con Teixeira?» «A volte.» «C'è qualcosa che voleva dirmi ieri e non ha detto?» Un silenzio. Poi: «Non voglio perdere il posto.» «Non è una promessa che posso fare», disse De Salvo. «Ma posso prometterle che se non lo dice a me, lo dirà a qualcun altro. E quell'altro potrebbe non capire.» Lei abbassò ancora lo sguardo. Poi, a voce bassa: «Tre mesi fa, Teixeira aveva trovato una discrepanza nei registri dei materiali. Mancavano dei lotti. Aveva fatto un esposto interno. Il direttore sanitario lo aveva convocato e... dopo quell'incontro, Teixeira non ne aveva più parlato.» «Aveva paura?» «Non sembrava. Sembrava... risoluto. Come se avesse deciso qualcosa.» «Grazie», disse De Salvo. Lei si allontanò rapidamente, tenendo la testa bassa. De Salvo la guardò sparire nel corridoio. Poi tirò fuori il taccuino e scrisse: Direttore sanitario - Santa Caterina. E sotto: Teixeira sapeva. Aveva deciso di non fermarsi. Il sole era ancora basso e pallido, filtrato dalla nebbia come attraverso un pezzo di carta oleata. De Salvo infilò il taccuino in tasca e si avviò verso il commissariato. Aveva ancora molto da fare prima di poter tornare da Sissi.

La stanza 4 La stanza 4 si trovava in fondo al corridoio est dell'ospedale, tra la sala gessi e il laboratorio di radiologia. Un angolo di nessuno, dove le pareti ingiallite e l'odore di ammoniaca sembravano trattenere segreti. Dentro, il letto era vuoto. Il materasso, macchiato, conservava ancora l'impronta del corpo che lo aveva occupato fino a tre ore prima. Era lì che dormiva Teixeira, quando non era in turno. L'infermiera che l'aveva trovato, Carla Bassi, quarantatré anni, occhi scavati e mani da fumatrice, fissava un punto sul pavimento da dieci minuti. Non parlava, ma tremava leggermente, come se qualcuno l'avesse lasciata al gelo troppo a lungo. «Si è accorta subito che qualcosa non andava?» chiese De Salvo. Lei annuì, senza alzare lo sguardo. «Teixeira arrivava sempre alle cinque e quarantacinque. Mai in ritardo. Caffè macchiato, doppio zucchero, camice pulito. Stamattina, niente. Ho bussato. Niente. Ho cercato nel reparto, e l'ho trovato lì... con...» Si bloccò. Marino le porse un bicchiere d'acqua, che lei rifiutò con un gesto minimo della mano. «Con chi aveva problemi?» domandò Marino. «Con tutti», rispose lei, senza pensarci. «Era bravo, ma scontroso. E sapeva troppe cose. Diceva che stavano girando cose strane, materiali scaduti, fornitori fantasma. Ma non si fidava di nessuno.» De Salvo si voltò verso la finestra. La pioggia cadeva fine, ostinata, come se lavasse via il Piemonte pezzo per pezzo. «Chi gestisce gli acquisti in questo reparto?» chiese. «Il dottor Antonelli. Ma è in ferie. Dicevano fosse a Roma per un congresso.»

PAOLO PICARIELLO · LO SPACCAOSSA Marino alzò un sopracciglio. De Salvo si annotò il nome: Sandro Antonelli. Lì cominciava un'altra linea. Prima di uscire, l'ispettore lanciò un ultimo sguardo alla stanza: un posacenere traboccante, un camice appeso storto, e una radiografia dimenticata sulla scrivania. Un ginocchio ricostruito, con una vite troppo lunga. Quasi come un avvertimento. Nel corridoio, Marino chiuse il taccuino. «C'è qualcosa che non mi torna.» «A me invece torna tutto», rispose De Salvo, accendendo un'altra sigaretta. «Teixeira aveva cominciato a scavare. E qualcuno ha deciso di coprirlo di terra. Con un martello.»

Predosa, casa, notte Tornò a casa a piedi, anche se aveva la macchina parcheggiata sotto l'ospedale. Aveva bisogno di strada. Aveva bisogno di nebbia. Predosa di notte è un paese che sembra ritirarsi dentro di sé. Le luci dei bar spente, i portoni chiusi, il rumore dei propri passi che risuona sul selciato come una domanda senza risposta. De Salvo conosceva quel suono da anni. Sissi lo aspettava sul davanzale, come sempre. La gatta siamese aveva l'abitudine di sedersi esattamente al centro, dritta e immobile, come una statua egizia che giudicasse il ritorno del padrone. De Salvo aprì la porta, e lei scese senza fretta, senza miagolare, e andò direttamente alla ciotola vuota. «Anche tu», disse De Salvo. Le aprì una scatoletta di sardine - l'unica cosa rimasta. Sissi la annusò, la ignorò con eleganza olimpica, e tornò sulla poltrona. De Salvo aprì la bottiglia di Dolcetto d'Acqui che teneva sul davanzale della cucina. Era a metà da tre giorni. Mise un disco: Howlin' Wolf, Smokestack Lightning. Il giradischi gracchiò i primi secondi, poi la voce graffiante riempì la stanza come fumo. Si sedette al tavolo. Davanti a lui, il fascicolo di Teixeira. Poche pagine. Una vita ridotta a carta. Arturo Teixeira, cinquantasei anni, arrivato dal Portogallo nel 1954, specializzato in ortopedia a Torino nel 1960. Vedovo. Nessun figlio. Un appartamento in affitto a Novi. Niente di fuori posto. De Salvo pensò che le vite ridotte a fascicolo avevano sempre questa cosa in comune: sembravano normali. Anche la sua, probabilmente, sembrava normale. Ispettore. Divorziato. Nessun figlio. Un appartamento troppo grande a Predosa. Non era sempre stato così.

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