Amore in Gabbia
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Sinossi
Una favola nera sulla libertà, la colpa e l'amore, raccontata attraverso due cani che scelgono di non appartenere più a nessuno.
Anteprima
A Nikita, che mi ha insegnato che il carattere
non si alleva: si riconosce.
PARTE PRIMA — LE SBARRE
1. Il morso e lo sguardo
Genova puzzava di pioggia e urina quella mattina. Il vento spingeva l'acqua sotto le tettoie del campo cinofilo Monteverde e faceva sbattere contro la rete uno striscione pubblicitario: CAMPIONI SI NASCE.
Pepe camminava sul cemento evitando le pozzanghere. Vanessa gli aveva infilato un cappottino color sabbia, leggero ma impermeabile, e ogni volta che lui rallentava il guinzaglio si tendeva.
«La testa alta, amore. Oggi ci sono quelli della televisione.» Pepe conosceva quella voce. Amore significava: non sporcarti, non abbaiare, non guardare dove vuoi tu. Dietro la rete del campo grande, un mastino napoletano stava seduto accanto a un uomo con il sigaro. Aveva il pelo grigio, le labbra pesanti e una cicatrice bianca sul fianco destro. Non tirava. Non ansimava. Guardava. Pepe rallentò. «Avanti.» Vanessa diede un colpo breve al guinzaglio. Il mastino seguì il gesto con gli occhi. Poi guardò Pepe, non il cappottino, non il fiocco fissato al collare. Guardò il tremore che gli correva lungo le zampe. Quello sguardo fu il primo morso. Pepe si fermò davanti alla rete. Da vicino il mastino odorava di terra bagnata, ferro e qualcosa di dolce, forse il fieno della cuccia. «Come ti chiami?» chiese. Gli uomini sentirono un guaito e un respiro più profondo.
«Numero Sette.» «Quello non è un nome.» Il mastino mosse appena un orecchio. «Prima mi chiamavano Gennaro.» Pepe lo ripeté piano, per sentirne il peso. «Io sono Pepe.» «Lo so. Il tuo nome è scritto dappertutto.» Sulle transenne c'erano tre fotografie di Pepe: su un tappeto rosso, in braccio a Vanessa, davanti alla fontana di una città che non ricordava. Nelle foto sorrideva. «Non credere alle fotografie,» disse. Gennaro abbassò gli occhi sul guinzaglio teso. «Non lo faccio.» L'uomo col sigaro si accorse che il mastino aveva spostato il peso in avanti. Gli diede un colpo sul fianco con la punta della scarpa, proprio sotto la cicatrice. Gennaro non emise un suono. Pepe sì. Un abbaio secco, sproporzionato al suo corpo. Vanessa lo sollevò per la pettorina. «Che figura mi fai?» Mentre veniva portato via, Pepe continuò a guardare Gennaro sopra la spalla di lei. Il mastino era rimasto immobile. Soltanto la coda, distesa nel fango, si mosse una volta. Non era un saluto. Era la promessa che si sarebbero riconosciuti ancora.
2. Numero Sette
L'allevamento di Alfredo Esposito occupava un capannone ai margini di Bolzaneto, fra il torrente e l'autostrada. Davanti c'erano un'insegna dorata, due cipressi in vaso e un cancello elettrico. Dietro, ventisei box in cemento.
Gennaro viveva nel numero sette. Alfredo conservava in ufficio il pedigree incorniciato e una fotografia del padre di Gennaro sotto la scritta IL SANGUE NON MENTE. Parlava di mandibole, teste, angolazioni. Quando arrivavano clienti, apriva il box e faceva uscire Gennaro su una pedana di gomma. «Quarantanove chili di razza pura.» Erano sessantadue, ma quarantanove suonava meglio nelle brochure.
Due o tre volte al mese entrava una femmina. Alfredo chiudeva la porta scorrevole, dava ordini e annotava i tempi. A Gennaro restavano addosso gli odori delle altre e la sensazione di avere prestato il corpo a qualcuno che non avrebbe restituito niente.
Quella sera rifiutò la femmina fulva portata da Torino. Lei aveva le zampe rigide e respirava troppo in fretta. Gennaro le annusò il muso, poi si sedette.
«Forza.» Alfredo batté le mani. «Lavora.» La cagna provò ad avvicinarsi. Gennaro si spostò. Il primo colpo arrivò sul dorso. Il secondo sulla cicatrice. Lorenza, la moglie di Alfredo, guardava attraverso il vetro dell'ufficio con un quaderno stretto al petto. «Basta,» disse, senza aprire la porta. Alfredo non la sentì o decise di non sentirla. Quando il capannone tornò silenzioso, Gennaro scavò nel fondo di terra rimasto sotto la rete del box. Non cercava un'uscita. Con il muso tracciò due orecchie dritte e un corpo minuscolo. La pioggia portata dal vento cancellò il disegno prima dell'alba. Dall'altra parte della città, Pepe dormiva in una cuccia di pelle artificiale sotto una mensola piena di coppe. Vanessa aveva lasciato accesa la luce per poterlo riprendere se si fosse mosso in modo buffo durante il sonno. Pepe non si mosse. Contava i rumori del palazzo e pensava a un nome che non compariva su nessun cartellone. Gennaro.
3. Pioggia sul campo
Si rividero tre settimane dopo. Il temporale arrivò durante le prove di gruppo. Un lampo spense i fari del campo e gli uomini corsero verso la tettoia portandosi dietro sedie, borse e cani. Per evitare una rissa, il custode sistemò gli animali nei trasportini disponibili.
Pepe finì in una gabbia di alluminio troppo grande per lui. Gennaro in quella accanto, troppo piccola.
La pioggia sul tetto copriva le voci. Vanessa discuteva al telefono vicino all'ingresso; Alfredo fumava sotto il cartello VIETATO FUMARE.
Pepe si avvicinò alla parete forata che separava le gabbie. Attraverso i buchi vedeva un occhio di Gennaro.
«Ti ha fatto male?» «No.» «Hai mentito.» «Sì.» Pepe annusò il metallo. «Perché non lo mordi?» Gennaro rimase in silenzio abbastanza a lungo da far sembrare più forte la pioggia. «Perché dopo il morso c'è sempre una gabbia più piccola.» Pepe pensò alle camere d'albergo, ai trasportini sotto i sedili degli aerei, ai camerini senza finestre. «Anche senza morso.» Gennaro spostò il muso fino a toccare il metallo. Pepe fece lo stesso. La parete era fredda fra i loro nasi. «Quanti anni hai?» chiese Gennaro. «Otto. Vanessa dice sei quando me lo chiedono in televisione.» «Io quattro.» «E ti chiamano ancora Numero Sette.» «I numeri non invecchiano.» Dal fondo della tettoia arrivò un colpo di tosse. Alfredo stava dicendo a un altro allevatore che avrebbe mandato Gennaro a Milano per una raccolta di seme. Parlava del viaggio, del prezzo e della quantità come se ordinasse gasolio. Pepe ascoltò. «Lo farai?» «Mi metteranno una museruola. Poi faranno quello che vogliono.» «Puoi rifiutarti.» «Mi sono rifiutato ieri.» Gennaro si girò appena. Attraverso i fori Pepe vide la cicatrice e, più sotto, due lividi scuri. La rabbia gli salì dalla pancia alla gola. Non abbaiò. Appoggiò una zampa contro il metallo. Gennaro la coprì dall'altra parte con la sua. Il foro fra loro era grande quanto un'unghia, ma bastava a lasciar passare il calore. Quando tornò la luce, gli uomini aprirono prima la gabbia di Pepe. Vanessa lo prese in braccio e gli passò una salvietta sulle zampe. «Sembra che tu sia stato in guerra.» Pepe guardò il box accanto. Gennaro non aveva ritirato la zampa. «Non ancora,» disse.
Vanessa sentì soltanto un piccolo ringhio e lo strinse più forte.
* * *
La domenica seguente il campo ospitò una mostra regionale. Le transenne dividevano il prato in due anelli; dagli altoparlanti uscivano nomi, numeri e risultati. Pepe trascorse la mattina sopra un tavolo da toelettatura mentre tre persone gli sistemavano il pelo che non aveva bisogno di essere sistemato.
Vanessa gli spruzzò sul dorso un prodotto al profumo di talco. «Oggi niente capricci.»
Dall'altra parte del prato Alfredo faceva camminare Gennaro avanti e indietro davanti a un giudice. Gli sollevava la testa con il guinzaglio e gli spingeva le zampe nella posizione desiderata. Ogni volta che il mastino provava a sedersi, la catena si tendeva sotto la gola.
Pepe seguì tutto attraverso lo specchio del tavolo. Quando chiamarono la sua categoria, attraversò il ring senza sbagliare un passo. Il giudice gli aprì la bocca, controllò i denti e gli fece scorrere una mano lungo la schiena. Pepe rimase immobile. Aveva imparato che l'immobilità riduceva la durata del contatto.
Vinse. Vanessa lo alzò sopra la testa mentre il fotografo scattava. Fra le braccia di lei, Pepe vide Gennaro dietro la tenda degli espositori. Alfredo lo aveva legato a un palo insieme a tre femmine e stava bevendo al bar. Appena Vanessa lo posò, Pepe si infilò sotto il tavolo e corse dietro le tende. Aveva meno di un minuto prima che si accorgessero della sua assenza. Gennaro lo sentì arrivare. «Hai vinto.» Pepe guardò la coccarda appuntata alla pettorina. «Non ho fatto niente che volessi fare.» «Hai camminato bene.» «Cammino bene anche quando vado a bere.» Una delle femmine legate accanto a Gennaro li osservava. Era giovane, con le mammelle ancora gonfie di latte. «Voi due siete quelli del temporale.» Gennaro abbassò il muso. «Come stanno i cuccioli?» «Venduti. Dicono tutti bene.»
La cagna voltò la testa verso il bar, dove gli allevatori confrontavano fotografie sui telefoni. «Non ricordo più il loro odore.»
Pepe non trovò niente da dire. La coccarda gli pesava sul petto. Gennaro avvicinò il naso al suo. «Quando ti portano via?» «Non lo so ancora.» «Impara la strada.» «Lo faccio sempre.» Vanessa chiamò. Pepe ebbe appena il tempo di leccare il labbro inferiore di Gennaro, là dove la pelle formava una piega umida, poi tornò verso il ring. Quel giorno nelle fotografie ufficiali apparve col muso perfetto e la coccarda blu. Nessuno notò un filo grigio rimasto fra i suoi denti.
4. La stanza dei trofei
Vanessa abitava a Castelletto in un appartamento con due balconi e nessuna fotografia che non contenesse il suo volto. Le coppe di Pepe occupavano la parete del corridoio; i suoi giochi stavano in una cesta dietro la porta di servizio.
Quella notte lei rientrò tardi e si sedette sul pavimento ancora vestita. Aveva tolto una scarpa, l'altra no. Pepe la osservò dalla cuccia.
«Sai qual è il problema?» disse. «Che se smetti di vincere, smetto di esistere anch'io.»
Non era ubriaca. Era stanca, e quando era stanca parlava con lui come se potesse risponderle.
Pepe si avvicinò. Vanessa lo prese sulle ginocchia, tolse con due dita un filo d'erba rimasto nel pelo e gli massaggiò la base delle orecchie. Conosceva il punto esatto.
Per alcuni minuti non ci furono telefono, luci o ordini. Pepe sentì il battito di lei sotto la camicia.
Poi lo schermo sul tavolo si illuminò. Vanessa lo prese. «Sabato facciamo Righi. Tramonto, skyline e collare nuovo. Se viene bene, il marchio rinnova.» Pepe scese dalle sue ginocchia. Sul tavolo c'era il contratto. Aveva imparato a riconoscere il proprio nome fra le righe e la cifra scritta in fondo. Vanessa non gli aveva insegnato a leggere; erano stati anni di cartellini, tabelloni e fogli lasciati aperti.
Lei indicò una pagina. «E poi Milano. Hanno un programma riproduttivo. Due mesi soltanto.»
Pepe conosceva il significato delle parole programma e riproduttivo. Le aveva sentite usare vicino ai box.
Vanessa si accorse che tremava. Lo coprì con una coperta di cachemire e alzò il termostato.
«Hai freddo, amore?» Pepe rimase sotto la coperta fino a quando il respiro di lei diventò regolare. Poi uscì, attraversò il corridoio e si sedette davanti alla parete delle coppe. Il metallo restituiva un'immagine spezzata: un occhio, un'orecchia, il collare. Per la prima volta non vide un campione. Vide un animale che aveva lasciato decidere tutto agli altri.
5. L'odore del ferro
Alfredo teneva le chiavi del capannone alla cintura. Quando camminava, tintinnavano contro la fibbia come denti.
Gennaro aveva imparato a distinguere ogni chiave. Quella lunga apriva il cancello esterno; la piatta, l'ufficio; la piccola con il bordo rosso, il locale dei farmaci. La chiave del suo box era la seconda da sinistra.
Una mattina Lorenza entrò da sola. Portava una bacinella d'acqua e garze pulite. Alfredo era andato in banca.
Aprì il box senza guardare Gennaro negli occhi. «Fammi vedere.» Lui rimase fermo. Lorenza toccò il pelo attorno alla cicatrice. La pelle si era riaperta. Pulì il sangue con movimenti leggeri, ma le mani le tremavano. «Non è sempre stato così,» disse. Gennaro annusò le sue dita. Sapevano di sapone, tabacco passivo e paura. Lei finì la medicazione e lasciò la porta aperta mentre raccoglieva le garze. Fra Gennaro e il cortile non c'era nulla. Oltre il cortile, il cancello elettrico era socchiuso per il furgone del mangime. Gennaro fece un passo.
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